Intervista a Paolo Ciani: si riparte solo sconfiggendo le diseguaglianze





“Anziani, minori, lavoro, povertà” Roma, 6 mag. (askanews) – Il dramma del coronavirus lascerà molte cicatrici ma può rivelarsi anche una occasione per “ripartire” nel segno di una maggiore uguaglianza senza creare sacche di nuove marginalità. E questo a partire dalla formazione e dalla scuola che vede già oggi l’aumento di ragazzi e bambini “scomparsi” dal circuito scolastico. 

A parlarne all’agenzia Askanews è Paolo Cianicoordinatore di DEMOS e vicepresidente della Commissione Affari Sociali della Regione Lazio, che insiste anche sul tema del lavoro che -spiega- ha bisogno di “cantieri” per almeno un anno, che affrontino l’emergenza nei settori dell’ambiente, della manutenzione e della tutela dei beni culturali, promossi dagli enti locali e da aggiungere al reddito di cittadinanza. 
D. La scuola è una delle priorità riscoperte con il dramma del virus. Lei ha lanciato l’allarme sul pericolo che si accentuino le disparità tra studenti che poi sfociano in marginalità sociale. Quali le possibili cure?
CIANI – “L’emergenza ha riproposto, anche con nuove sfumature, il tema grave della disuguaglianza e della dispersione scolastica. Credo, che da questa vicenda emergenziale dovremmo trarre nuova forza per contrastare il fenomeno, chiaramente non in chiave punitiva ma di riduzione delle disparità. Ci sono bambini disabili che da due mesi non partecipano alle attività scolastiche. Proporrei una task force di analisi dei dati – effettive ore di DaD per istituto scolastico, effettiva presenza dei bambini e ragazzi – in maniera da verificare dove esistano problemi. Dobbiamo fare una analisi dei ragazzi e bambini scomparsi: quali sono i motivi (mancanza di mezzi informatici, mancanza di mediazione familiare, ecc.) per intervenire subito (acquisto e consegna device, formazione, sostegno sociale ecc, ecc). Teniamo conto che questa situazione potrebbe ripetersi in autunno e quindi arriverebbero più preparati o potrebbe aiutarci a diminuire un gap che esisteva anche pre-pandemia e che dovremmo contrastare e superare nella fase 2”.
D. Come Demos avete proposto di aprire subito dei “cantieri di lavoro” in tutte le regioni. Il Lazio come sta rispondendo a questa sollecitazione?
CIANI – “Si potrebbero promuovere nei prossimi 12 mesi questi cantieri di lavoro da parte di comuni e aziende partecipate dagli enti locali, nei settori dell’ambiente, della manutenzione e della tutela dei beni culturali. Cantieri che avrebbero una durata massima di 12 mesi e una retribuzione di 800 euro mensili più gli assegni familiari. Si creerebbero cosi almeno 200.000 posti di lavoro con una spesa di due miliardi, a livello nazionale. Ovviamente l’impiego nei cantieri sarebbe alternativo alla percezione del reddito di cittadinanza. I cantieri di lavoro sono immediatamente attuabili e aiuterebbero a potenziare e migliorare i servizi pubblici erogati a livello locale. I beneficiari sarebbero poi eventualmente assorbiti con l’avvio operativo di opere pubbliche dalle imprese titolari di appalti. Questi cantieri sono una proposta di immediata occupabilità e non hanno carattere di assistenza perché´ orientati su servizi pubblici essenziali che generano economia circolare. Necessitano di adeguata formazione anche dal punto di vista della sicurezza e della protezione sanitaria. L’ho proposto anche per il Lazio, vediamo se riusciremo ad applicarlo con le norme nazionali”.
D. In Italia, ma anche nel Lazio, dove si è sbagliato sulle RSA?
CIANI – “Ci sono stati vari errori: i più macroscopici sono stati quelli del personale che si è recato nelle Rsa o nelle case di riposo – spesso in più strutture perché lavorano in più luoghi – senza le opportune precauzioni, i famosi Dpi come le mascherine ed altro, portando il virus in luoghi chiusi e a una popolazione particolarmente fragile; poi la scelta di diverse regioni di ricondurre pazienti Covid post ospedalizzazione nelle Rsa o di costituire nelle Rsa reparti Covid, violando la norma più importante di questo tempo: separazione e personale dedicato. Ma questo dramma degli anziani in tempo di Covid mette in luce un vero e proprio segno dei tempi: il modello di residenzialità pensato per gli anziani è un modello sbagliato. Non solo non li ha protetti, ma spesso li ha condannati. Il modello dei grandi istituti è spersonalizzante, caro e non ha funzionato: sembra più essere figlio della cultura dello scarto. È il tempo in cui ripensare alla presa in carico degli anziani: cure a domicilio, cohousing, case-famiglia, professionalizzazione delle badanti, sostegno ai caregiver, telemedicina. È più umano, costa meno e gli anziani vivono meglio. Si sono chiusi i manicomi e gli orfanotrofi trovando luoghi più a misura e più umani per le fragilità, dobbiamo cambiare anche sugli anziani”.
D. I pur doverosi sforzi degli enti locali per colmare il deficit in sanità hanno portato a sacrificare il sistema pubblico e universalistico a favore del privato e del mercato. Nel Lazio da dove si può ripartire?
CIANI – “Il dramma Covid ha mostrato la grandezza del sistema sanitario universalistico italiano. Non sfugge a nessuno, soprattutto in tempo di pandemia, l’ingiustizia di una sanità a pagamento (cioè per soli ricchi) ancora presente in troppi Paesi. Ci sono stati errori in Italia, ma tutti, tutti, sono stati curati. Il tema del rapporto con il privato nella sanità è importante. È una realtà diffusa in Italia con grandi differenze tra territorio e territorio. Ma credo sia una realtà governabile in un corretto rapporto di sussidiarietà col faro del bene comune e senza cedere alla sola logica del profitto. Purtroppo, talvolta il rapporto tra privato e politica nella sanità non è stato sempre virtuoso… però non è un destino inesorabile. Penso a quello che è accaduto nella Regione Lazio anche in questi giorni nel contrasto al far-west dei test costosissimi e non provanti nei laboratori privati…”.
D. Come aiutare il potere di acquisto dei cittadini nel Lazio falcidiato in questi difficili mesi, soprattutto quello delle fasce più a rischio povertà?
CIANI – “Abbiamo realizzato molte misure di prima risposta sociale ed economica. Ricordo i buoni pasto, il contributo all’affitto, il sostegno alla cassa integrazione e alle partite Iva, il contributo al pagamento dell’affitto. È evidente che dinanzi all’eccezionalità della situazione tutto sembra poco…ma in tanti hanno avuto un primissimo aiuto. Ora bisognerà capire presto come avverrà la ripartenza: già prima della crisi molte persone e famiglie erano in difficoltà o in situazione di povertà. Bisognerà vedere quanti ripartiranno realmente e quanti rimarranno tagliati fuori. Sottolineo che la crisi ha rimesso al centro dell’attenzione il lavoro sommerso: troppi stanno rimanendo esclusi dalle misure di supporto perché svolgevano un’attività (quasi sempre dipendente) in nero. Penso a quello che ha detto Papa Francesco più volte sul lavoro, anche nel recente 1° maggio: la dignità del lavoro e il giusto salario, uscendo dallo sfruttamento”.
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