Intervista sui “Corridoi umanitari”

Migliaia di persone, anche questa estate, tenteranno di attraversare il Mediterraneo. Con l’obiettivo di raggiungere in Europa una vita più sicura. Molte di queste moriranno. Molti di coloro che riusciranno ad arrivare non saranno bene accolti. Saranno strumentalizzati nei dibattiti politici, sfruttati nei campi di pomodori, ammucchiati nelle tendopoli. Non tutti, fortunatamente.

Altre migliaia di persone in Europa, anche questa estate, seguiranno, tramite i media, il fenomeno dei flussi migratori. Si sforzeranno di comprenderlo. Molti di questi abbandoneranno lo sforzo, definendolo un’invasione. Molti di coloro che andranno oltre si scandalizzeranno vedendo le prossime immagini spietate di cadaveri arenati su spiagge turche, greche o italiane. Anche il loro sentimento sarà strumentalizzato nei dibattiti politici, sfruttato alle elezioni, infine accantonato. Ma non quello di tutti. Fortunatamente.

Circa un anno fa qualcuno ha reagito. Dando vita a un’idea che potesse rispondere al senso di impotenza che il fenomeno migratorio che interessa il Mediterraneo crea nel mondo occidentale quando osserva.

Una soluzione. Inizialmente pensata per i profughi del conflitto siriano. Ma attualmente adattabile a molte situazioni di “vulnerabilità” che interessano i disperati che affrontano i viaggi della morte.

Il nome è corridoio umanitario. E’ un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, completamente autofinanziato.

Abbiamo chiesto a Paolo Ciani, responsabile della Comunità romana di Sant’Egidio di spiegarcelo.

“Un corridoio umanitario tecnicamente è un accordo fatto dalla Comunità di Sant’Egidio, la Chiesa Valdese e le chiese protestanti d’Italia con il ministero degli Interni e il ministero degli Esteri per il rilascio di visti per persone in stato di vulnerabilità provenienti da Paesi in guerra. Segnatamente, in questa prima fase, dalla Siria”.

Come funziona?“Ci sono stati rilasciati mille visti dal Libano con cui abbiamo fatto venire in sicurezza, ossia con voli di linea, persone che si trovavano nei campi profughi, in stato di vulnerabilità. Lo stato di vulnerabilità viene segnalato da operatori, facenti parte la comunità di Sant’Egidio o di altre associazioni, che lavorano presso i campi in Libano.

Arrivati in Italia sono stati suddivisi sul territorio, a carico di privati. Parliamo di un’accoglienza immediata, ossia di un posto dove vivere. Ma anche dell’integrazione successiva. Coloro che li hanno accolti si sono occupati anche dell’accompagnamento nella scelta di una scuola per i bambini, della ricerca di lavoro per gli adulti, ad esempio. Insomma, non è soltanto un ponte aereo. Corridoio umanitario vuol dire arrivare in sicurezza e iniziare un processo di integrazione nel nostro Paese”.

A quale esigenza risponde?

“Risponde all’esigenza di poter affrontare la fuga e la ricerca di un approdo in Europa in sicurezza e non rischiando la vita come hanno fatto tantissime persone in questi anni. Spesso trovando la morte nel Mediterraneo o nei deserti africani che precedono la vista dei porti libici. Ma non solo.

Risponde anche alla rassegnazione che da anni aleggia in Italia. E da qualche tempo in Europa. Tutti siamo rimasti impressionati vedendo la foto celebre del piccolo cadavere di Aylan sulle coste turche. Ma alla fine ci siamo rassegnati. Ci si abitua all’ impotenza”.

Da quanto esistono i corridoi umanitari e quante persone hanno messo al sicuro?Questa modalità operativa esiste da un anno circa e ha messo al sicuro 852 persone. Tra l’altro, è nata in Italia, ma dalla settimana scorsa si è estesa alla Francia. Pochi giorni fa sono arrivati 15 siriani a Parigi dopo un accordo similare promosso da Sant’Egidio anche oltralpe. E a breve, con un accordo Sant’Egidio-CEI, partirà un altro corridoio per 500 persone provenienti dall’Etiopia

Perché le istituzioni europee non implementano questa metodologia?Probabilmente temevano che fosse una pratica non realizzabile perché fino adesso è stata fatta solo da privati e bisognerebbe adattarla a una struttura pubblica. Ma in questi mesi abbiamo trovato una certa attenzione a questa novità. Ci auguriamo che gli Stati europei stiano monitorando questa prassi. Dalla Germania e dalla Spagna abbiamo ricevuto una certa attenzione. Anche perché la modalità risponde ad altre esigenze oltre quella più immediata della sopravvivenza.

Per esempio?

La sicurezza: il fatto di conoscere prima le persone e di poter prendere le loro impronte digitali per fare le verifiche prima della concessione del visto è una sicurezza in più. Soprattutto dal punto di vista del territorio che accoglie.

L’economia: regolando gli ingressi in questo modo, non solo per coloro che scappano dalla guerra, si può guidare l’inserimento a beneficio di settori economici del nostro Paese, oltre che dei nuovi arrivati.

E di pari passo, penso a uno sgravio di risorse per i servizi che dovrebbero altrimenti occuparsi di persone abbandonate a se stesse in un paese che non conoscono.

Io credo sia uno strumento attuabile. Anche perché, ad oggi l’Italia non prevede più quote d’ingresso regolari ma non possiamo andare avanti solo ragionando sull’emergenza degli arrivi. Se i corridoi umanitari fossero applicati su scala europea potrebbero incidere sui flussi migratori. E garantirebbero che i migranti in arrivo abbiano qualcuno che li prenda in cura, rendendo più facile il loro inserimento in un contesto del tutto nuovo.

Quindi, sicurezza, economia, integrazione. Risposte inimmaginabili per un dramma enorme.

http://www.gruppoabele.org/corridoi-umanitari-una-risposta-allimpotenza/

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