Né sala parto, né invasione. La legge sulla cittadinanza è altro

Si riapre in questi giorni al Senato il dibattito sulla riforma della legge sulla cittadinanza. Quello di qualche settimana fa è apparso per tanti versi paradossale. Non solo per la sceneggiata fatta nell’aula di Palazzo Madama; nemmeno per le manifestazioni fuori del Parlamento nelle quali riecheggiava la più banale retorica nazionalista.

Ciò che colpisce è come su un tema tanto attuale e delicato, si possa deliberatamente mentire e dare un messaggio fuorviante. La prima menzogna è quella di descrivere la riforma della legge sulla cittadinanza come l’introduzione in Italia dello ius soli, cioè la concessione automatica della cittadinanza a chiunque nasca nel nostro Paese. Ecco, questo diritto (presente in circa 30 Paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Canada e molti Paesi latinoamericani) non è previsto dalla riforma in discussione al Senato. La legge italiana infatti prevedrebbe la possibilità di divenire italiani solo ai bambini nati da genitori stabilmente presenti in Italia (permessi di soggiorno per lungo soggiornanti, soglia minima di reddito, etc.). Quindi non a “chi arriva oggi qui e partorisce”, ma a chi è figlio di genitori arrivati da anni in Italia, ben inseriti e che qui hanno deciso di vivere (quello che tecnicamente si definisce ius soli temperato).

Insomma nessuna “sala parto Italia”, come si è maliziosamente e incoscientemente sbandierato.

L’altra menzogna ricorrente è quella di legare la riforma della legge sulla cittadinanza a “l’emergenza migranti”, ai “barconi”, “all’invasione”. In realtà la nuova legge non c’entra nulla con i flussi migratori e tanto meno con le crisi umanitarie che hanno spinto migliaia di esseri umani a lasciare le proprie terre in cerca di un futuro migliore. La legge infatti regola la situazione di chi è già presente da anni in Italia.

Il secondo punto qualificante prevede l’acquisto della cittadinanza da parte dei minori giunti in Italia da piccoli che abbiano frequentato con successo un ciclo di scuola, quello che è stato pensato e proposto dall’allora ministro Riccardi come ius culturae (quindi, anche in questo caso, nessun automatismo con la presenza qui, ma il conseguimento di un titolo di studio).

COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO

Quindi, se vogliamo vedere la realtà di questa proposta, non dobbiamo guardare alle immagini degli sbarchi, ma alle nostre scuole, ai parchi pubblici, agli oratori. È questo il mondo che non si vuol guardare, ma che tutti conoscono e, il più delle volte, apprezzano. È quello di ragazzi di origine africana che parlano

napoletano e vestono alla moda; quello di giovani dai tratti asiatici e dal chiaro accento toscano, o di ragazze velate a passeggio con il tablet per le vie di Milano. Si sentono italiani, ma talvolta hanno la sensazione di essere respinti, faticano a vivere la loro diversità in famiglia, stentano a far accettare la loro diversità nella nostra società.

Questi giovani potrebbero costituire il ponte tra le famiglie immigrate, la società e il futuro. Ma vivono in uno strano limbo; portano con sè – spesso a prescindere dalla loro volontà – tratti dell’alterità delle loro famiglie di origine (fosse il nome, i tratti somatici o gli abiti): tratti spesso difficili da far digerire ai loro coetanei, ma soprattutto a chi non li conosce e li giudica. Raccontava un ragazzo 16enne figlio di genitori eritrei, nato e cresciuto a Roma: “La prima domanda che mi fa chi non mi conosce è sempre, da dove vieni?. Ogni volta resto un po’ interdetto, ma ormai mi sono deciso, rispondo da casa (o da scuola), e lei?.

Spesso questi giovani, per usare una parola desueta, sono dei veri patrioti, che sentono l’Italia come il loro unico paese. Hanno i nostri gusti, vestono come i nostri ragazzi, tifano per le nostre squadre di calcio. Spesso vi è più amore per l’Italia da parte di questi giovani che non nei nostri connazionali autoctoni.

A loro si rivolge la riforma della legge sulla cittadinanza. Una legge del 1992, (pensate, l’anno dell’inizio di mani pulite, della guerra in Jugoslavia, del confronto Elstin-Bush: un’era geologica fa!), pensata più per gli italiani che avevano lasciato il nostro Paese, che per integrare chi nel nostro Paese vive.

COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO

Sin dal 2004 la Comunità di Sant’Egidio aveva promosso la campagna “bambini d’Italia” per arrivare ad una riforma della legge sulla cittadinanza. Oggi, dopo 13 anni, l’occasione è a portata di mano: non lasciamocela sfuggire (e se proprio bisogna criticarla, si vada sul merito, senza troppa propaganda e un bel po’ di demagogia).

http://www.huffingtonpost.it/roberto-zuccolini/ne-sala-parto-ne-invasione-la-legge-sulla-cittadinanza-e-altro_a_23017393/?utm_hp_ref=it-homepage

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